giovedì 29 settembre 2011

The end










Dov'è la fine? Cos'è la fine? Potete dire di averla già conosciuta?










Siete già morti una volta?



Si? 



E cosa avete provato? A cosa vi è servita? 





E ditemi, com'è? E' migliore della vita la morte?














Siete mai entrati nella stanza? Avete mai pensato di uccidere?





E se vi dicessi che la pazzia è nell'istinto?














Si, c'è un folle. Lo chiamano così.





E' folle per davvero. Odia sua madre.





E se per sopravvivere non avesse altra scelta?





Se dovesse uccidere la propria madre?





O soccombere, in alternativa, per sopravvivere?














Cosa fareste? Voi.




Voi che cosa fareste? Quando non c'è scelta...











Non fareste nulla, è vero?




Accettereste la vostra condizione?




Rinuncereste all'equilibrio, per sempre?










Al di là di ogni logica o coscienza?









Ci rinuncereste?




Si, voi, ci rinuncereste?







E' questa la fine?
La follia?








E' un'amica meravigliosa. 

La fine.







Aspettate ancora il sorgere del sole?











Ps: la storia di questo post nasce nel luogo di lavoro. 

Alla radice di ogni dolore, di ogni disperazione, non c'è amore. 

Ci sono passaggi d'anima che solo la musica può cogliere. Altri li può cogliere una poesia.



                                                        Spazio spazio, io voglio, tanto spazio 
                                                           per dolcissima muovermi ferita: 
                                                         voglio spazio per cantare crescere 
                                                                 errare e saltare il fosso 
                                                                     della divina sapienza. 
                                                                     Spazio datemi spazio 
                                                              ch’io lanci un urlo inumano, 
                                                             quell’urlo di silenzio negli anni 
                                                               che ho toccato con mano. 

                                                            -Alda Merini, "Vuoto d'amore"-





E sono canti di riscatto, e di speranza...

venerdì 23 settembre 2011

Quando tu sarai vecchia

Quanti pensieri mi sono passati oggi per la testa. E ogni volta diversi, di segno opposto, senza soluzione di continuità. 
Frastornato, allora, mi ero ripromesso di posare l'anima stasera. Di lasciarla lì in un angolo, a scolorire.
Non potevo sapere che avrei incontrato una donna. 


La Donna. 


Vedete, non va celebrata un solo giorno dell'anno. Mi accorgo che i secondi dei minuti, le ore dei giorni, gli anni della mia vita e delle altre vite non basterebbero a scolpirne un tratto.

Vale la pena scrivere la donna, per la donna. 

Alle spalle uno scialle, gli anni dell'Universo, e nel cuore le correnti dei mari. 

Come riflessa allo specchio dei suoi occhi la poesia...
 
Quando tu sarai vecchia e grigia,
col capo tentennante
ed accanto al fuoco starai assonnata,
prenderai questo libro.
E lentamente lo leggerai, ricorderai sognando
dello sguardo che i tuoi occhi ebbero allora,
delle loro profonde ombre.

Di quanti amarono la grazia felice
di quei tuoi momenti
e, d’amore falso o a volte sincero,
amarono la tua bellezza.
Ma uno solo di te amò l’anima peregrina,
uno solo allora amò le pene del volto tuo che muta.

E tu, chinandoti verso le braci, sarai un poco triste,
in un mormorio d’Amore dirai,
di come se ne volò via…
passò volando oltre il confine di questi alti monti
e per sempre poi il suo volto nascose
in un nugolo di stelle
-William Butler Yeats-
 
Mi chiedo come riesca a coglierne la grandezza questo qui, e a conferire persino un significato intimo all'Amore. 
E in una sola vita! Quando a me, povero invece, servirebbe l'eternità...

L'adoro questa poesia, e odio Yeats anche. 
E penso a cosa succederà a me quando sarò vecchio.


Mah, forse un'idea ce l'ho... ;)

domenica 18 settembre 2011

Desolazione del povero poeta sentimentale

Come l'autunno, ormai prossimo, è in fondo il crepuscolo delle stagioni, come l'autunno mi incupisco in questa giornata di fine estate.

Non avviene per caso. E nemmeno per l'assenza di luce. Non è l'orologio biologico neppure. 

Credo che la ragione del mio incupimento sia da ricercare nell'estemporaneo trasferimento di affetto da un corpo all'altro, dal tempo di una vita al tempo di un'altra... 


Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
sempilci così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
Io voglio morire, solamente perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
Oh, non meravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio così vane,
che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.
[...]
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
Oh, io sono veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

-S. Corazzini- 


Così mi ha fregato Corazzini. Facendomi pensare a com'ero ragazzino da adolescente. Capace di vivere con un'intensità estrema emozioni che non sapevo di poter mettere sul foglio. C'era una incomunicabilità del sentimento allora. Un rivolgersi dentro come onde di mare agitato.


Così per diverse vie si arriva alla poesia. Per i diversi tempi del vivere e del maturare. 


C'è chi ci arriva prima, e chi dopo. L'importante è ritrovarsi sulla giusta strada. 


Se vi va, continueremo a camminare insieme.

mercoledì 14 settembre 2011

Preghiera per sposare una donna semplice

Sono nervoso oggi. 

Come avere una continua, lenta e inesorabile goccia che scava sul petto la mia condanna. E questa tortura, che vuol chiamarsi Amore, è la ragione del mio nervosismo.

Sono cinque semplici lettere, e mai, chi coniò il termine, avrebbe  pensato potessero sconvolgere l'esistenza degli uomini, come un'ossessione.

Quando penso ai momenti dell'amore provo una grande stanchezza. Per come sorge, senza che ce ne rendiamo conto. Per come si innalza, sopra le cose degli uomini. E per le rovinose cadute, a volte da altezze siderali.

Eppure si scrive d'amore, già, usando lettere maiuscole e minuscole, si continua a farlo, sempre.

Tanto vale gridarlo allora, come si conviene, quando finisce, per eliminarlo. Perché altrimenti si rischia di divenire folli. Ma sì, in fondo è meglio provarci con una poesia in questi casi. Per restituire qualcosa di quell'amore ad altri.

Altre volte invece è bene tacerlo, quando dà emozioni, se gridarlo al cielo può significare, in qualche modo, perderne un po'. Come se fosse più importante trattenerlo dentro, per il maggiore tempo possibile.

Ora che mi capita stasera?

Di leggere una poesia. Vedi un po' che novità. Una poesia che descrive un amore di altri tempi. Un amore di provincia. Semplice e resistente. Dignitoso. Profondo. Una poesia che, in fondo, è una preghiera, e che stride per contrasto con i nostri tempi scellerati, di risa chimiche e amori bruciati. 

Un amore Amore in fondo, che desidero di tanto in tanto. L'Amore, come una religione.

Mio Dio, fate che chi sarà un giorno mia sposa
sia umile e sia dolce; per me tenera amica;
che noi ci si addormenti tenendoci per mano,
e che ella porti al collo, nascosta un po' tra i seni,
una catena d’argento, una medaglia;
che abbia liscia la carne,  più tiepida e dorata
della prugna al finire dell'estate addormentata;
che nel cuore conservi la dolce castità
che abbracciandosi fa che si sorrida e taccia;
che ella divenga forte e vegli la mia anima
come il sonno d'un fiore veglia l'ape;
e che il giorno ch'io muoia, con le mani 
giunte ella mi possa chiuder gli occhi 
e senz'altra preghiera si inginocchi
chiudendo il suo dolore dentro il petto.

-Francis Jammes-

A volte vorrei che fosse questo l'Amore. Vorrei che fosse il mio. Sì, così.

Solo che altre invece, altre volte, preferirei fosse una corsa all'infinito, dietro una donna. Insieme a una donna.

Sopra un tappeto di stelle.






Si scrive d'amore certi giorni. 

Come se la cosa avesse un senso.

giovedì 8 settembre 2011

Anime salve

Se fosse cosa semplice vivere, certamente saremmo uomini tristi. O meglio, non potremmo godere di alcuna felicità. Mancherebbe infatti il contrasto con la sofferenza.

Incontro mille difficoltà questa sera. A scrivere. Più in generale a comunicare. Però voglio scriverlo questo post. Anche senza ispirazione. 

Non lo faccio mai. Sempre scrivo quando voglio riprodurre un pensiero, come un'emozione. Quasi di getto. Oggi no.

Oggi ho intenzione di certificare la mancanza di ispirazione. Per dimostrare che si può scrivere senza. E questa difficoltà che incontro, se solitamente mi mette di cattivo umore, voglio diventi la mia felicità. Adesso.

Voglio costringere cioè questa cosa a piegarsi al mio volere. Voglio sopprimerla l'abulia che in giorni come questo, altri giorni, mi impedisce di esserci.

Voglio remare contro la corrente, in maniera ostinata. Pur accorgendomi di andare nella direzione opposta, testardamente tentare di infliggere al destino, allo scorrere delle cose, una deviazione inaspettata.

Voglio serbare cioè alle parole il trattamento migliore, di arrivare, arrivare da qualche parte, perfino quando imprigionate dal silenzio.

Anche il silenzio ha il suo significato, ma oggi non voglio dargliene. 

Voglio coprire questo silenzio con le parole.

E' dura. Sento nelle viscere la difficoltà di spingere contro energia. Si schiacciano, quasi si spalpolano al peso della realtà delle cose materiali che si impongono su quelle dello spirito.

Non ce la faccio. Proprio no. 

Che fare?

--Mi aggrappo alle note--

Certo! Che stupido a non averci pensato prima! In esse trovo sempre la la libertà...

Ci penseranno loro a condurre le parole in salvo...










Sono stanco. Stanco ma felice.


Anche per stasera è andata. 

Sono ancora vivo, e quasi non ci credo.


sabato 3 settembre 2011

Welcome to...





Mi muovo in questa stanza. Irrequieto. Qualcosa mi manca. 

E allora mi volto, di scatto. Qualcosa c'è, e sfugge. 

Quanto disordine in questa stanza, e quanti pensieri l'affollano! Ogni giorno nuovi arrivi, vecchi addii. Come una stazione di passaggio. Ricettacolo di sentimenti, sogni e delusioni. Esperienza di teatro che ci fa protagonisti di un'altra vita. Diversa dalla nostra.


Welcome to...

Cerco di fare un po' di ordine allora. Riempio gli scaffali. Metto le sensazioni in fila per tre, senza resto. Tutti i pensieri in uno scatolone. Una scopata a terra, una spolverata qui ed una lì. 


E nel frattempo ascolto una vecchia canzone di quando ero ragazzino e pensavo di avere tante di quelle cose da lasciarmi dietro, mentre invece erano niente.






Ancora ricordi. Adesso basta.



C'è bisogno di spazio.


Un po' di spazio per la poesia...


Visitando necropoli con donne
viene l’ora del tè: già il pomeriggio
è andato. E s’avvicina l’ora
di cominciare un nuovo amore
e insieme l’ora di finirlo.
Così passa l’età. Chissà se un segno
lasceremo, magari senza accorgercene:
una pietra squadrata tra le pietre
dell’enorme piramide, o una spoglia
d’ossa in un loculo.


-I. Calvino-



Benvenuti nel mio blog.


 Si, lo so, non lo apro oggi. 

Ma ogni giorno moriamo, e poi rinasciamo a nuova vita.

O no?